Le persone me lo chiedono spesso, quasi sempre con un misto di inquietudine e disillusione negli occhi: se tutto è un sogno, se la realtà è un’illusione, che senso ha viverla? Se ciò che chiamiamo mondo non è solido, definitivo, oggettivo, ha ancora valore desiderare, creare, muoversi, scegliere, impegnarsi? E soprattutto, la domanda che sembra racchiuderle tutte: come si esce da questo sogno?
Sono domande legittime, profonde, che toccano il senso dell’esistenza, la natura della realtà e il rapporto tra coscienza e mondo. Non sono domande sbagliate, né ingenue. Tuttavia nascondono un equivoco sottile, quasi invisibile, che vale la pena osservare con calma, senza fretta di rispondere. Perché spesso non è la risposta che manca, ma il punto di vista da cui stiamo guardando.
L’idea che il mondo sia un’illusione non è un invito alla rinuncia, né una forma raffinata di nichilismo spirituale. Non è un modo elegante per dire che “nulla conta” o che la vita sia una farsa da sopportare in attesa di qualcosa di meglio. Al contrario, se compresa davvero, è una delle chiavi più potenti per vivere con maggiore pienezza, leggerezza e responsabilità.
Il punto, infatti, non è “uscire dal sogno”. Il punto è riconoscerlo per ciò che è: un’esperienza della coscienza, un’illusione vissuta come reale, una rappresentazione che prende forma solo perché qualcuno la sta osservando.
Il problema non è il sogno
Va innanzi tutto compreso che il percorso di crescita personale è fatto di tanti piccoli passi, e nessuno di questi è il definitivo.
Comprendere l’illusione del mondo è uno di questi passi, fondamentale per poter accedere ai restanti. Ma comprenderlo non ti darà alcun potere sull’illusione, men che meno interromperla. Ma poi interromperla per fare cosa? Tutto quello che devi fare è comprenderla per poterla trascendere. Uscire dal sogno non rientra tra gli obiettivi di un percorso di crescita.
Come diceva Nisargadatta Maharaj, uno dei più grandi maestri della non-dualità, il problema non è il sogno, ma il fatto che tu lo creda reale. Nisargadatta non stava invitando a distruggere l’esperienza, né a rifiutare la vita. Stava indicando con precisione chirurgica il nodo centrale della sofferenza umana. Finché credi che ciò che stai vivendo sia l’unica realtà possibile, definitiva, assoluta, ne diventi inevitabilmente prigioniero. Ogni evento pesa, ogni perdita diventa una minaccia, ogni errore un marchio indelebile.
Appena però riconosci che ciò che stai vivendo è un’esperienza che accade nella coscienza, una rappresentazione, un gioco di forme che appaiono e scompaiono, qualcosa dentro di te si rilassa. Non perché smetti di vivere, ma perché smetti di stringere i pugni contro la vita.
Come in un luna park
È un po’ come entrare in un luna park, una metafora semplice ma straordinariamente efficace per comprendere il significato della vita come esperienza e come sogno.
Quando sali sulle montagne russe, il cuore accelera, l’adrenalina sale, magari urli anche dalla paura. Il corpo reagisce, le emozioni sono reali, l’esperienza è intensa. Ma una parte di te sa perfettamente che si tratta di un gioco. Sai che nessun vagone sta davvero precipitando nel vuoto. Sai che, alla fine del giro, scenderai sano e salvo.
È proprio questa consapevolezza a rendere l’esperienza eccitante e non traumatica. Se credessi che tutto è reale al cento per cento, se fossi convinto di stare davvero rischiando la vita, non sarebbe divertimento, sarebbe puro terrore. E probabilmente non saliresti nemmeno.
La vita funziona allo stesso modo. Anche la realtà quotidiana, con le sue sfide, le sue relazioni, le sue gioie e i suoi dolori, vista da una prospettiva di consapevolezza, può essere compresa come un grande sogno condiviso. Un’esperienza intensa, coinvolgente, a tratti drammatica, ma pur sempre un’esperienza.
Il problema non è vivere emozioni, desideri, sfide, relazioni. Il problema nasce quando perdiamo di vista il fatto che stiamo partecipando a un’esperienza, non a una verità ultima. Quando ci identifichiamo completamente con il personaggio, con la storia personale, con il ruolo sociale, allora il sogno si chiude su se stesso e diventa una prigione.
Riconoscere che la vita è un sogno non significa smettere di giocare. Significa smettere di crederlo l’unico piano dell’esistenza. Significa restituire profondità all’esperienza, non toglierle valore.
Vale la pena allora inseguire i propri desideri?
A questo punto sorge spontanea un’altra domanda, centrale per chi si occupa di crescita personale e risveglio della coscienza: ma se è un sogno, ha davvero senso cercare di esaudire i propri desideri?
La risposta è sì. Ma con una qualità completamente diversa.
Il desiderio, visto da questo livello di consapevolezza e di comprensione della natura illusoria della realtà, non è più una mancanza da colmare, né una corsa affannosa verso un futuro che dovrebbe finalmente renderci completi. Il desiderio diventa un linguaggio dell’esperienza. Una forma attraverso cui la coscienza esplora se stessa, sperimentando possibilità, scenari, incontri.
Non desideri per diventare qualcuno.
Desideri per esplorare.
Quando il desiderio non nasce dalla sensazione di essere incompleti, ma dalla curiosità di vivere, perde il suo potere di incatenarti. Puoi desiderare senza dipendere. Puoi creare senza aggrapparti. Puoi muoverti nella vita senza pretendere che ogni risultato definisca il tuo valore.
Il problema nasce quando carichi il desiderio di aspettative salvifiche, quando la mente sposta il senso della vita in un punto immaginario chiamato futuro. Quando credi che “quando avrò quella cosa, allora sarò felice”. In quel momento il sogno ti ha di nuovo catturato. Hai spostato la vita altrove, dimenticando che il futuro, così come il passato, esiste solo come pensiero nel presente.
L’unico vero scopo
Se c’è uno scopo in questa esperienza che chiamiamo vita, o meglio in questo sogno che chiamiamo realtà, non può essere qualcosa da raggiungere domani. Il tempo stesso è parte del sogno. Passato e futuro sono costruzioni mentali, utili forse per orientarsi, ma prive di realtà propria.
L’unico punto reale, come insegnano tutte le tradizioni di saggezza autentica, è questo momento presente.
Ora. Qui.
E allora lo scopo, se vogliamo usare questa parola, non è arrivare da qualche parte, non è completare una storia, non è vincere una partita cosmica. L’unico scopo che davvero abbia un senso è qualcosa che si può raggiungere adesso, nel qui e ora. La naturale conseguenza è che l’unico vero scopo è vivere pienamente ciò che sta accadendo adesso, con la consapevolezza di ciò che sei davvero. Non il personaggio, non la biografia, non il ruolo che interpreti nel mondo. Ma lo spazio in cui tutto questo appare.
Quando riconosci il sogno come sogno, quando comprendi davvero che la realtà è un’illusione vissuta nella coscienza, accade qualcosa di straordinario. La vita non perde colore, lo acquista. Puoi scegliere le “attrazioni” che vuoi vivere. Puoi restare su una giostra o scendere. Puoi partecipare senza aggrapparti. Puoi amare senza possedere. Puoi creare senza identificarti con il risultato.
La leggerezza non nasce dal disinteresse, ma dalla chiarezza interiore. Nasce dal ricordare chi sei, prima di ogni storia.
Non c’è bisogno di uscire dal sogno, perché non sei mai stato intrappolato. Sei sempre stato il sognatore. Solo che, per un po’, ti sei lasciato convincere di essere il personaggio.
E quando te ne ricordi, continui a vivere, a desiderare, a muoverti nel mondo… ma senza il peso. Senza la paura costante di sbagliare vita. Senza l’ansia di dover arrivare da qualche parte per meritarti di esistere.
Il sogno continua.
Ma tu lo vivi sapendo chi sei.
Ed è proprio lì che, paradossalmente, il sogno diventa infinitamente più reale.
Paolo Marrone
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