L’importanza del Ricordo di Se per prendere in mano le redini della nostra vita

In questo articolo affrontiamo più in profondità il Ricordo di Se, un argomento a cui abbiamo accennato più volte in precedenti articoli, e che rappresenta un esercizio fondamentale per la propria crescita personale.

Chi segue questo blog con costanza, infatti, avrà letto continui riferimenti alla necessità di auto-osservarsi e all’importanza che ha l’essere costantemente coscienti di se stessi e dei propri pensieri.

Ogni articolo di questo blog, infatti, ruota intorno allo stesso concetto, prendendo in considerazione di volta in volta aspetti apparentemente diversi di uno stesso argomento di fondo:

Viviamo la nostra vita immersi in un sonno profondo,
credendo erroneamente di essere svegli

Ebbene si. L’impatto dell’affermazione è forte, ma dovete convincervi che è la pura verità, ed è la causa di tutti i nostri problemi.

Ma andiamo per gradi. Abbiamo già accennato al fatto che siamo molto di più del nostro corpo o della nostra mente. In realtà siamo esseri spirituali che abitano un corpo, ma, abbagliati da una perfetta illusione che ci fa credere tutt’altro, tendiamo ad immedesimarci nel nostro corpo e nei nostri pensieri, credendo ciecamente di essere tutt’uno con essi.

E’ questo il Grande Inganno, che nasce dall’educazione ricevuta fin da piccoli, e che trova conferma tutte le volte che ci accade qualcosa di spiacevole che ci fa cadere sempre di più nell’illusione che il mondo là fuori sia un mostro terribile che può determinare il nostro destino e fare di noi quello che vuole.

La metafora della Carrozza

Una bellissima metafora che Salvatore Brizzi racconta in un suo video – tratta dal pensiero del grande Gurdjieff – ci descrive come una carrozza trainata da cavalli.

La Carrozza rappresenta il nostro corpo, mentre i Cavalli possono essere ricondotti alle nostre emozioni che rappresentano la principale forza trainante della nostra vita.

Naturalmente i cavalli, così come le emozioni, vanno controllate, altrimenti la carrozza verrà trascinata a caso senza alcuna meta. Per fare questo esiste il Cocchiere, che rappresenta la nostra mente razionale, e guida i cavalli lungo la retta via. Ma nemmeno il cocchiere, seppure molto bravo a condurre la carrozza, sa esattamente dove andare.

Chi conosce la meta? L’unico a sapere veramente dove andare è il Passeggero della carrozza, che rappresenta il nostro Vero Sè, ed è l’unico che può indicare la strada.

La metafora si sposa perfettamente con la realtà, basti pensare a come i vari elementi sono collegati: i cavalli sono legati alla carrozza tramite delle staffe rigide, che quindi rendono la carrozza (il nostro corpo) estremamente sensibile al movimento dei cavalli (le emozioni).

Il cocchiere (la mente) comanda i cavalli con le redini, che non sono rigide, quindi il controllo delle emozioni non è sempre così ferreo ed efficace. Ci vuole molta dimestichezza e concentrazione per tenere a bada i cavalli.

Il grande problema è che il cocchiere riceve gli ordini dal passeggero solo attraverso la voce, che è un collegamento molto labile e soggetto ad interferenze. E’ esattamente quello che succede: di solito la nostra mente agisce da sola senza ascoltare il proprio Vero Sè (la voce del cuore), confusa dal rumore di fondo rappresentato nella metafora dal frastuono causato dalle ruote e dagli zoccoli sul terreno, e nella realtà dai pensieri compulsivi e incontrollati che affollano continuamente la nostra mente.

Siamo come una carrozza senza il Passeggero, lasciata a se stessa, in balia delle emozioni e di una mente incapace di controllarla, frastornata com’è dal rumore continuo dei pensieri compulsivi.

Di fatto dormiamo, e non ce ne rendiamo conto.

Veniamo ora al nocciolo del problema, e all’argomento centrale di questo articolo.

Dobbiamo prendere il controllo della carrozza, e l’unica maniera possibile è quella di eliminare tutto il rumore di fondo che affolla la nostra mente. Dobbiamo ricordarci di chi siamo veramente. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che non siamo nè il corpo, nè la nostra mente.

Salvatore Brizzi, nel suo bellissimo libro “Officina Alkemica” (che vi consiglio di caldamente di leggere) descrive l’importanza del ricordo di se: in alcuni momenti della giornata dobbiamo sforzarci di annullare per qualche istante i pensieri nella nostra mente, e semplicemente ricordarci di noi.

Ricordarsi di noi vuol dire essenzialmente prendere coscienza del nostro vero essere, e guardare noi stessi in modo distaccato, come se il corpo o la mente non ci appartenessero.

Brizzi consiglia addirittura di tenere un diario dove annotare tutte le sensazioni che proviamo durante la giornata, individuando e trascrivendo le cause che hanno indotto tali emozioni, come nascono e come si esprimono fisicamente nel nostro corpo (dolore, fastidi vari, nodo alla gola, ecc.). Per fare questo dovete auto-osservare in modo distaccato quello che accade dentro di voi, esattamente come farebbe uno scienziato che intende studiare le reazioni della mente a determinati stimoli.

Diventate l’esperimento e allo stesso tempo lo sperimentatore

Potete fare questo esercizio in qualsiasi momento della giornata, non serve chiudersi in una stanza a meditare. Non si tratta nemmeno di meditazione. Semplicemente in alcuni momenti della giornata (in fila allo sportello, in macchina, in bagno, ecc.) ricordatevi per un istante di voi, e osservatevi in modo distaccato e senza alcun giudizio.

Inizialmente sarà difficile ricordarsi di farlo, e per questo Brizzi consiglia di farlo solo in determinate circostanze decise a priori, che potrete cambiare a cadenza settimanale. Provate per esempio ad impegnarvi a farlo tutte le volte che vi alzate da una sedia, o entrate in una stanza, o vi accingete a farvi la doccia, ecc.

Vedrete che col tempo diventerà sempre più facile ricordarsene, e, cosa molto importante, scoprirete che questo atto di auto-osservazione vi porterà sempre di più a concepirvi come un essere spirituale che ha il pieno controllo di se stesso.

Vi sembra poco? Abbiate la costanza di seguirmi, e scoprirete quali immensi benefici potrete trarre da questo apparentemente semplice esercizio.

Paolo Marrone


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Info su Paolo Marrone

Da anni si occupa dello studio delle vere leggi dell’Universo, attraverso la riscoperta dei profondi legami esistenti tra le antiche dottrine orientali e le più recenti scoperte nel campo della fisica quantistica. Ha intrapreso da tempo un percorso di crescita personale attraverso la partecipazione a scuole dei migliori coach a livello mondiale, come la School of Enlightenment di Ramtha, la Mastery University di Anthony Robbins e il Quantum Leap di T. Harv Eker, solo per citare le più importanti, e ama condividere le sue scoperte e le sue riflessioni su questo blog. E’ anche co-autore di “La via della Creazione Consapevole” e autore de “Il monaco che non aveva un passato”.

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9 risposte a L’importanza del Ricordo di Se per prendere in mano le redini della nostra vita

  1. Pina scrive:

    Bell’articolo! Bella metafora!

  2. Emanuela scrive:

    Molto interessante. Ho tenuto un diario per quasi vent’anni, è sicuramente un mezzo eccezionale per autosservarsi e divenire consapevoli. C’è una cosa riguardo alle emozioni che non mi “quadra” Cosa intendi per controllarle?

    • campoquantico scrive:

      Il controllo naturalmente non ha niente a che vedere con la repressione delle emozioni. Le emozioni, come ho già scritto in altri articoli, vanno trasformate attraverso la presenza e l’auto-osservazione in emozioni ‘superiori’, al fine di non doverle subire passivamente. Ogni emozione è prezioso ‘carburante’ che deve essere bruciato alla luce della consapevolezza e del ricordo di se, ed utilizzato come strumento di crescita interiore.

      • Filippo scrive:

        Emanuela cosa ti ha portato il fatto di tenere un diario per ben 20 anni di autosservazione?
        Si carburante, ma come? Ho letto il libro di brizzi e lo trovo un po ripetitivo cade , per me, proprio nel punto che tu citi: come diventa carburante, cioe dopo che ci si è osservati per 20 anni ad esempio ( anche meno spero) cosa succede? Grazie infinite
        FILIPPO

        • Paolo Marrone scrive:

          Carissimo Filippo, non c’è da farsi molte domande, perchè è più semplice di quanto possa sembrare. Tutto quello che bisogna fare è osservare in modo distaccato le proprie emozioni, per permettere a queste di trasformarsi. Niente di più di questo. La trasformazione avviene in modo naturale, e te ne accorgi perchè, a fronte di emozioni negative come la rabbia o il rancore, attraverso l’osservazione ti senti sollevato, e ti accorgi che quell’emozione non influenza più il tuo umore in modo negativo. Parlo di ‘carburante’ solo per dire che le emozioni negative non vanno evitate a tutti i costi, ma vanno utilizzate, attraverso l’osservazione, per elevare il proprio essere.

  3. Andrea scrive:

    L’idea di farsi guidare dalle emozioni senza controllo è di solito la causa che scatena, in molte persone che sentono che “qualcosa non va” nella loro vita, la ricerca di una soluzione. Posso portare la mia espierenza personale: ho vissuto molti anni con una tensione costante, quotidiana. Ogni evento per me era rischioso. Mi sentivo una foglia sbattuta dal vento, impotente. Gli unici momenti di pace erano il rifugio nella coppia, nella mia “amata”. Naturalmente, una storia come questa, non può funzionare a lungo.
    Il momento della separazione, come accade a tutti o quasi, è stato il più grande trauma della mia vita e ho sentito morire me, prima di tutto. Quello è stato il momento in cui ho avuto una così grande consapevolezza da terrorrizzarmi prima e poi innamorarmi, questa volta di me.

    Una parola che non viene usata in questo discorso, che può essere d’aiuto a chi ha dubbi, è l’empatia. L’empatia e il “vivere con” ma senza coinvolgimento, è quell’osservazione di cui si parla nell’articolo. L’esempio dello scienziato non rende l’idea, perché manca di una componente: l’interesse creativo per se stessi. La capacità di osservarsi con affetto, non come uno studio. Mentre si prendono appunti delle proprie giornate, o mentre cercate un momento per voi, fermatevi 3 minuti. Mettetevi davanti allo specchio o immaginate di essere un vostro amico/amica che vi sta di fronte (anche questo è il distacco di cui parla l’articolo, prendere il ruolo di una persona che vi ama, che è davvero interessata a voi) e chiedetevi letteralmente “come stai?”: “Sto male” “sono arrabbiato/a” “sono triste” “mi sento solo/a” (buttiamoci dentro tutto per esagerare). Ammettere con onestà il proprio dolore o la propria sensazione è già una conquista. Probabilmente ci sarà un momento di commozione, se vi volete bene, che vi cambierà qualcosa, già li. Se in quel momento proverete empatia e affetto nei vostri confronti, il “gioco” funzionerà, perche in quel momento, se sarete arrabbiati, offesi, tristi, soli, nel momento in cui empatizzerete con voi stessi (siete preoccupati per la vostra salute psichica, ma non vi fate coinvolgere dal quel dolore) quella sensazione diventerà anche solo per quei tre minuti, amore. A quel punto potrete anche farvi coinvolgere dall’emozione. State provando emozioni dolcissime per voi stessi e in quelle ci si può perdere per un po’. È un abbraccio fortissimo dato a voi stessi. Un abbraccio o un grido liberatori, a seconda di quale sia il vostro modo di vivere. Non esiste un “metodo” comune a tutti, il metodo funziona statisticamente, ma ciascuno di noi ha sfumature che lo rendono “olisticamente” unico. Quindi è bene anche conoscere i metodi, ma adattarli ai propri limiti e ai propri punti di forza. Il metodo funziona finché non iniziamo a capire chi siamo e cosa vogliamo, finché non iniziamo a conoscere noi stessi.

    • Paolo Marrone scrive:

      Carissimo Andrea, grazie per la preziosa testimonianza, che sicuramente può essere d’aiuto a chi è in una situazione simile. Quello che volevo però rimarcare nel mio articolo, facendo l’esempio dello scienziato, è la necessità di disidentificarsi dalla propria emozione. E’ un concetto ribadito dai maggiori studiosi di queste discipline, primo fra tutti Gurdjieff. Bisogna diventare osservatori del proprio essere e delle proprie emozioni, senza farsi coinvolgere in alcun modo, dato che il distacco è fondamentale per interrompere il flusso di energia a bassa frequenza che alimenta l’emozione negativa. La paura, lo sconforto, la rabbia, ecc. sono solo illusioni create dalla nostra mente, non hanno una realtà oggettiva perchè sono fatte di nulla, e quindi siamo solo noi con la nostra identificazione ad alimentarle e a farle crescere.
      Questo concetto trova anche riscontro nella fisica quantistica, dove è noto che l’osservatore modifica la realtà attraverso l’atto dell’osservazione. Dobbiamo imparare a identificarci nell’osservatore, e non nel soggetto osservato.
      Ciao e grazie. Paolo

      • Andrea scrive:

        Benissimo, ora ho compreso il tuo punto di vista e ti ringrazio per averlo esposto così chiaramente. Lo capisco anche perchè non è dissimile al mio, solo parte da ragionamenti, da esperienze di vita e culturali diverse. Cosa mi affascina di tutto questo? Che stiamo andando nella stessa direzione usando concetti differenti solo nel metodo. Sono strade che si sfiorano, a volte si sovrappongono, ma restano indipendenti.

        Mescolando i nostri due punti di vista (provo a farlo, almeno) lo scienziato deve empatizzare con l’oggetto del suo esperimento, deve comprenderne il “funzionamento”, deve esserne interessato, ma non può permettersi un coinvolgimento diretto, farsi turbare da esso, “simpatizzare con lui” pena la perdita di informazioni fondamentali, poiché rischia di perdersi nell’oggetto stesso.

        Pur avendo io una formazione personale puramente occidentale, quando hai scritto di illusioni negative alimentate dalla nostra mente, è emerso un pensiero, legato alla filosofia orientale che ho accolto molto vagamente in me, il Taijitu.
        Alimentare il nostro “Yin” lo renderà sempre più grande, addirittura dominante, come accade alla maggior parte delle persone “viventi” della società moderna, lasciando a quelle illusioni distruttive e congelanti le redini della carrozza.

        Sono molto interessato e incuriosito dal tuo modo di vedere le cose, dal tuo percorso logico e quello spirituale, proprio perché non è quello su cui sto camminando io. Finora ho letto e compreso solo la superficie, ma avrò tempo di leggere tutto quello che hai scritto finora e, col tempo, anche parte di ciò che hai letto tu stesso.

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